Nel 2026 il set che copre quasi tutto il mercato italiano è ristretto: carta con wallet, PayPal, un pagamento dilazionato se vendi sopra i 150-200 euro, il bonifico per il B2B. Tutto il resto si aggiunge solo quando i dati del tuo checkout dicono che serve.
Il problema quindi non è quali metodi esistono. È quanti ne stai pagando senza che nessuno li usi, e quanti attriti hai messo tra il carrello e il “paga ora”.
Il dato che dovrebbe spostare la tua priorità arriva dal Baymard Institute, che aggrega circa cinquanta studi indipendenti: il 70,22% dei carrelli viene abbandonato prima del completamento. E il punto dolente è il modulo, non il circuito: il checkout medio ha 23 campi contro un ottimo tra 12 e 14, e portarlo a quel numero migliora la conversione tra il 20% e il 60%.
Prima di attivare il quinto metodo di pagamento, quindi, sistema la pagina che li ospita: guest checkout senza registrazione obbligatoria, wallet in cima così il cliente non digita nulla, spese di spedizione dichiarate subito e non all’ultimo passaggio.
Una novità concreta del 2026 riguarda chi incassa in B2B. Dal 9 ottobre 2025 le banche confrontano in tempo reale il nome del beneficiario con l’IBAN. Se la ragione sociale che comunichi non coincide esattamente con l’intestazione del conto, il tuo cliente vede un avviso di corrispondenza parziale e spesso blocca il bonifico o ti telefona. Allineare i dati su fatture, preventivi e pagina contatti è mezz’ora di lavoro che elimina ritardi di incasso.
Tre verifiche misurabili, in ordine. Estrai dodici mesi di transazioni e togli ogni metodo sotto il 2%: occupa spazio e confonde. Conta i campi del tuo modulo d’ordine. Fai una prova d’acquisto reale dal telefono, in rete dati, pagando davvero: sopra i novanta secondi hai un problema.
Se il quadro resta poco chiaro, guardare insieme il tuo checkout partendo dai tuoi numeri è un’ora ben spesa.